mercoledì 5 ottobre 2016

THAT'S ALL FOLKS!




Ci ho riflettuto a lungo. Il mio silenzio ne è prova. Salto direttamente alla conclusione: in Italia, i blog non hanno più “senso”. Né lettori, il che è la stessa cosa. Nessuno apre un blog esclusivamente per sé (oppure sì, se volete continuare a raccontarvela). Naturalmente non ha senso nemmeno questo post di addio dopo quasi sei mesi dall’ultimo aggiornamento (che coincide, peraltro, con un addio ben più pesante).

Ergo: this is the last post. “Detriti di Passaggio” si ferma qui, come un’infinità di altri blog prima e un’infinità di altri blog dopo. Io, invece, no. Io non mi fermo. Chi avesse voglia di leggere ancora i miei vaneggiamenti, potrà continuare a farlo qui:






Grazie a tutti e buona vita.

venerdì 22 aprile 2016

THIS IS WHAT IT SOUNDS LIKE WHEN DOVES CRY


lunedì 11 gennaio 2016

THE NEXT DAY


lunedì 24 agosto 2015

The Evil Monkey's Records: Letters from The End – Nuovi inizi?





The Evil Monkey's Records: Letters from The End – Nuovi inizi?: Sono convinto che il vecchio, bistrattato, sepolto “rapporto epistolare” abbia in realtà ancora molto da dire pur in questi tempi...

martedì 14 luglio 2015

Isle full of noises: Il dottor Stranamore ci avvicina al bagno di sangu...




Isle full of noises: Il dottor Stranamore ci avvicina al bagno di sangu...: Difficile, molto difficile occuparsi di musica e simili sciocchezze di fronte agli avvenimenti di questi ultimi giorni. L'odiern...

lunedì 8 giugno 2015

The Evil Monkey's Records: Il Rock Invisibile


The Evil Monkey's Records: Il Rock Invisibile: Sono un bugiardo. Al lavoro, nella vita privata, qui sul web. Di più; sono un virtuoso della bugia, un suo estimatore. Credo che un...

giovedì 28 maggio 2015

L’IPOCRISIA DEL LINGUAGGIO DI GENERE



A quanto pare, io sono il solo uomo troglodita, o quantomeno uno dei pochissimi, a non comprendere la vitale importanza della parità di genere nel linguaggio, e a difettare di quella profonda sensibilità culturale che permette di smascherare l’uso sessista della lingua italiana; il che, devo dire con immenso stupore, mi preclude l’accesso alle confraternite salottiere dei benpensanti paesani e cittadini.

Quei ricettacoli di mediocrità, clientelismo e corruzione che in una Nazione civile dovrebbero essere messi alla gogna e che invece in Italia continuano a chiamarsi comuni, provincie e regioni, stanno spendendo quantità considerevoli di pubblico denaro per erogare corsi di formazione il cui obiettivo è insegnare ai dipendenti (anch’essi pubblici) l’uso di un lessico senza discriminazioni di genere. Naturalmente, questo lessico ha le sue radici nella lingua italiana, che, oltre a un grado di bellezza di cui pochissime altre lingue possono fregiarsi, vanta anche la curiosa peculiarità di essere una lingua misteriosa per gli stessi parlanti nativi; curiosità, quest’ultima, che s’è ormai fatta tradizione e che temo abbia qualche nesso con lo sperpero del summenzionato denaro pubblico, altra tradizione in difesa della quale le amministrazioni comunali, provinciali e regionali si schierano con stupefacente solerzia e determinazione.

La ragione per cui si debbano spendere decine di migliaia di euro per insegnare a dire, ad esempio (ed è solo uno tra i tanti), “assessora” anziché “assessore” è per me incomprensibile al punto da possedere lo stesso esotico fascino di un sofisma, e quando interrogo un fautore o una fautrice di questo nuovo linguaggio, sentendomi immancabilmente rispondere che la mia domanda denota un “serio problema culturale” cui devo “assolutamente” porre rimedio, ecco, il mio sbigottimento si fa talmente grande che nemmeno le più raffinate tecniche eristiche possono venirmi in soccorso.

Al di là dell’orrore che la forzata declinazione femminile di alcuni termini dovrebbe suscitare in tutti coloro che ancora possiedono un barlume di senso estetico, dubito fortemente che l’incivile martoriamento della lingua italiana (o di qualsiasi altra lingua, eccetto naturalmente il tedesco, già incivile per sua natura) possa considerarsi un passo in avanti nella conquista della parità di genere. Che inguaribile nostalgica deve essere colei che gonfia il petto solo per il vano vezzo di sentirsi chiamata “assessora” invece di “assessore”, che pochezza d’amor proprio, che penuria di dignità “di genere”! Il fatto che in questa nostra epoca cosiddetta progressista vi siano ancora disparità e discriminazioni è senza dubbio deplorevole e naturalmente illegale, tuttavia tentare di ripristinare la legalità storpiando volgarmente qualche parola ha tutta l’aria di una paraculata elettorale filoeuropeista, materia nella  quale, d’altro canto, il Partito Democratico (che si erge a invincibile paladino di qualsiasi causa portatrice di voti) non ha rivali.

Domani – anzi, già oggi – lemmi come “ministra”, “chirurga”, “ingegnera” o l’ormai comune “assessora”, non ci faranno dono di una società più giusta, ma soltanto più cacofonica; e per quanto sia ormai noto anche ai barbari che il linguaggio possiede una valenza simbolica in grado di influire sui nostri processi mentali – o meglio, proprio in virtù di questo potere –  ritengo ben più seri e di conseguenza prioritari (almeno in Italia) i problemi della consecutio temporum e della coniugazione dei verbi, per non parlare dell’ortografia. Un corso di grammatica e sintassi di base potrebbe, con immensa sorpresa di tutti e costi quasi irrisori, fare assai più per la causa femminile di quanto possa un corso sulla parità di genere nell’uso del linguaggio. Trovo superfluo sottolineare come il delizioso piacere che il buon uso della lingua sa dare abbia il potere di influire con esiti incommensurabilmente benefici sulle relazioni umane, e al giorno d’oggi, in fatto di piaceri, una buona grammatica può produrre effetti quasi orgasmici su tutti, eccetto, ovviamente, i giornalisti sportivi e i presentatori televisivi.


Temo che buona parte di questo Paese non sia ancora pronto per accogliere il profondo salto culturale da “dipendente pubblico” a “dipendente pubblica”, soprattutto laddove il potere simbolico del linguaggio potrebbe inopportunamente risultare fin troppo simbolico. Sarebbe immorale non ricordare alle donne che quella ormai rarissima virtù chiamata “femminilità”, e ai cui effetti le eroine della parità sembrano essere più intolleranti di quanto non fossero le ancestrali streghe femministe, è un preziosissimo tesoro da preservare con la massima cura e dolcezza, poiché assolve la duplice funzione di generare bellezza e generare vita. Senza vivere possiamo andare avanti per milioni di anni, ma senza Bellezza rischiamo l’estinzione.

Se è vero, come è vero, che il pensiero modifica (anche) la materia, l’idea di come la parola “ingegnera” possa modificare le sembianze della donna che deve, suo malgrado o per scelta sciagurata, sopportarne il peso, mi riempie d’orrore. D’altronde la Natura ha da sempre dimostrato di volersi vendicare delle brutture estetiche create dall’essere umano e sospetto che non ci risparmierà nemmeno questa: l’inquinamento linguistico potrebbe produrre i suoi effetti nefasti assai più rapidamente delle scie chimiche. Invero, tali effetti già cominciano a intravedersi. Le brutture naturali sono disgrazie che l’artificio può correggere o alleviare, ma le brutture artificiali sono crimini indelebili davanti ai quali anche la Natura, colma di disgusto, fugge terrorizzata.

La donna che avrà il coraggio di indignarsi e di ribellarsi all’imposizione maschilista delle quote rosa sarà il primo e supremo esempio di donna libera che non accetta “concessioni”, che non svilisce la propria femminilità, che non teme il confronto di genere, che riconosce ed esalta le virtù della diversità, dell’individualità e della dignità personale e “di genere”; e quanto è meschina e quanto è mediocre, invece, colei che va fiera di essere stata eletta in parlamento – per scegliere la politica, a titolo di esempio emblematico – grazie all’obbligo delle quote rosa imposte da una legge! Pavoneggiarsi per meriti propri è una miracolosa medicina per l’anima, vantarsi di meriti assegnati per legge è l’anestesia dell’intelletto.

In una civiltà come la nostra, intollerabilmente cacofonica, un seria riforma del linguaggio – posto che ve ne sia il bisogno – deve tenere conto dell’armonia e dovrebbe essere demandata ai linguisti e agli artisti, non ai sociologi o, peggio ancora, ai politicanti. Questi ultimi farebbero meglio ad occuparsi seriamente delle violenze fisiche e psicologiche che le donne devono subire, nella maggior parte dei casi in silenzio, tra le quattro mura di casa o dell’ufficio. Agire solo sul linguaggio è una bieca forma di ipocrisia: significa semplicemente chiamare il problema in modo diverso. C’è qualcuno che davvero pensa che il maschilista, per il solo fatto che userà parole come “ministra” o “ingegnera”, cessi di essere maschilista?

Il linguaggio di genere e le “quote rosa” non sono che l’ennesima, subdola e viscida violenza psicologica perpetrata nei confronti della donna. Ciò che dovrebbe stupirci è il fatto che questa violenza oggi viene approvata e promossa da una parte consistente degli esseri umani di genere femminile.
Questa è una Donna che non ha mai avuto bisogno di quote rosa o del linguaggio di genere.