venerdì 22 aprile 2016

THIS IS WHAT IT SOUNDS LIKE WHEN DOVES CRY


lunedì 11 gennaio 2016

THE NEXT DAY


lunedì 24 agosto 2015

The Evil Monkey's Records: Letters from The End – Nuovi inizi?





The Evil Monkey's Records: Letters from The End – Nuovi inizi?: Sono convinto che il vecchio, bistrattato, sepolto “rapporto epistolare” abbia in realtà ancora molto da dire pur in questi tempi...

martedì 14 luglio 2015

Isle full of noises: Il dottor Stranamore ci avvicina al bagno di sangu...




Isle full of noises: Il dottor Stranamore ci avvicina al bagno di sangu...: Difficile, molto difficile occuparsi di musica e simili sciocchezze di fronte agli avvenimenti di questi ultimi giorni. L'odiern...

lunedì 8 giugno 2015

The Evil Monkey's Records: Il Rock Invisibile


The Evil Monkey's Records: Il Rock Invisibile: Sono un bugiardo. Al lavoro, nella vita privata, qui sul web. Di più; sono un virtuoso della bugia, un suo estimatore. Credo che un...

giovedì 28 maggio 2015

L’IPOCRISIA DEL LINGUAGGIO DI GENERE



A quanto pare, io sono il solo uomo troglodita, o quantomeno uno dei pochissimi, a non comprendere la vitale importanza della parità di genere nel linguaggio, e a difettare di quella profonda sensibilità culturale che permette di smascherare l’uso sessista della lingua italiana; il che, devo dire con immenso stupore, mi preclude l’accesso alle confraternite salottiere dei benpensanti paesani e cittadini.

Quei ricettacoli di mediocrità, clientelismo e corruzione che in una Nazione civile dovrebbero essere messi alla gogna e che invece in Italia continuano a chiamarsi comuni, provincie e regioni, stanno spendendo quantità considerevoli di pubblico denaro per erogare corsi di formazione il cui obiettivo è insegnare ai dipendenti (anch’essi pubblici) l’uso di un lessico senza discriminazioni di genere. Naturalmente, questo lessico ha le sue radici nella lingua italiana, che, oltre a un grado di bellezza di cui pochissime altre lingue possono fregiarsi, vanta anche la curiosa peculiarità di essere una lingua misteriosa per gli stessi parlanti nativi; curiosità, quest’ultima, che s’è ormai fatta tradizione e che temo abbia qualche nesso con lo sperpero del summenzionato denaro pubblico, altra tradizione in difesa della quale le amministrazioni comunali, provinciali e regionali si schierano con stupefacente solerzia e determinazione.

La ragione per cui si debbano spendere decine di migliaia di euro per insegnare a dire, ad esempio (ed è solo uno tra i tanti), “assessora” anziché “assessore” è per me incomprensibile al punto da possedere lo stesso esotico fascino di un sofisma, e quando interrogo un fautore o una fautrice di questo nuovo linguaggio, sentendomi immancabilmente rispondere che la mia domanda denota un “serio problema culturale” cui devo “assolutamente” porre rimedio, ecco, il mio sbigottimento si fa talmente grande che nemmeno le più raffinate tecniche eristiche possono venirmi in soccorso.

Al di là dell’orrore che la forzata declinazione femminile di alcuni termini dovrebbe suscitare in tutti coloro che ancora possiedono un barlume di senso estetico, dubito fortemente che l’incivile martoriamento della lingua italiana (o di qualsiasi altra lingua, eccetto naturalmente il tedesco, già incivile per sua natura) possa considerarsi un passo in avanti nella conquista della parità di genere. Che inguaribile nostalgica deve essere colei che gonfia il petto solo per il vano vezzo di sentirsi chiamata “assessora” invece di “assessore”, che pochezza d’amor proprio, che penuria di dignità “di genere”! Il fatto che in questa nostra epoca cosiddetta progressista vi siano ancora disparità e discriminazioni è senza dubbio deplorevole e naturalmente illegale, tuttavia tentare di ripristinare la legalità storpiando volgarmente qualche parola ha tutta l’aria di una paraculata elettorale filoeuropeista, materia nella  quale, d’altro canto, il Partito Democratico (che si erge a invincibile paladino di qualsiasi causa portatrice di voti) non ha rivali.

Domani – anzi, già oggi – lemmi come “ministra”, “chirurga”, “ingegnera” o l’ormai comune “assessora”, non ci faranno dono di una società più giusta, ma soltanto più cacofonica; e per quanto sia ormai noto anche ai barbari che il linguaggio possiede una valenza simbolica in grado di influire sui nostri processi mentali – o meglio, proprio in virtù di questo potere –  ritengo ben più seri e di conseguenza prioritari (almeno in Italia) i problemi della consecutio temporum e della coniugazione dei verbi, per non parlare dell’ortografia. Un corso di grammatica e sintassi di base potrebbe, con immensa sorpresa di tutti e costi quasi irrisori, fare assai più per la causa femminile di quanto possa un corso sulla parità di genere nell’uso del linguaggio. Trovo superfluo sottolineare come il delizioso piacere che il buon uso della lingua sa dare abbia il potere di influire con esiti incommensurabilmente benefici sulle relazioni umane, e al giorno d’oggi, in fatto di piaceri, una buona grammatica può produrre effetti quasi orgasmici su tutti, eccetto, ovviamente, i giornalisti sportivi e i presentatori televisivi.


Temo che buona parte di questo Paese non sia ancora pronto per accogliere il profondo salto culturale da “dipendente pubblico” a “dipendente pubblica”, soprattutto laddove il potere simbolico del linguaggio potrebbe inopportunamente risultare fin troppo simbolico. Sarebbe immorale non ricordare alle donne che quella ormai rarissima virtù chiamata “femminilità”, e ai cui effetti le eroine della parità sembrano essere più intolleranti di quanto non fossero le ancestrali streghe femministe, è un preziosissimo tesoro da preservare con la massima cura e dolcezza, poiché assolve la duplice funzione di generare bellezza e generare vita. Senza vivere possiamo andare avanti per milioni di anni, ma senza Bellezza rischiamo l’estinzione.

Se è vero, come è vero, che il pensiero modifica (anche) la materia, l’idea di come la parola “ingegnera” possa modificare le sembianze della donna che deve, suo malgrado o per scelta sciagurata, sopportarne il peso, mi riempie d’orrore. D’altronde la Natura ha da sempre dimostrato di volersi vendicare delle brutture estetiche create dall’essere umano e sospetto che non ci risparmierà nemmeno questa: l’inquinamento linguistico potrebbe produrre i suoi effetti nefasti assai più rapidamente delle scie chimiche. Invero, tali effetti già cominciano a intravedersi. Le brutture naturali sono disgrazie che l’artificio può correggere o alleviare, ma le brutture artificiali sono crimini indelebili davanti ai quali anche la Natura, colma di disgusto, fugge terrorizzata.

La donna che avrà il coraggio di indignarsi e di ribellarsi all’imposizione maschilista delle quote rosa sarà il primo e supremo esempio di donna libera che non accetta “concessioni”, che non svilisce la propria femminilità, che non teme il confronto di genere, che riconosce ed esalta le virtù della diversità, dell’individualità e della dignità personale e “di genere”; e quanto è meschina e quanto è mediocre, invece, colei che va fiera di essere stata eletta in parlamento – per scegliere la politica, a titolo di esempio emblematico – grazie all’obbligo delle quote rosa imposte da una legge! Pavoneggiarsi per meriti propri è una miracolosa medicina per l’anima, vantarsi di meriti assegnati per legge è l’anestesia dell’intelletto.

In una civiltà come la nostra, intollerabilmente cacofonica, un seria riforma del linguaggio – posto che ve ne sia il bisogno – deve tenere conto dell’armonia e dovrebbe essere demandata ai linguisti e agli artisti, non ai sociologi o, peggio ancora, ai politicanti. Questi ultimi farebbero meglio ad occuparsi seriamente delle violenze fisiche e psicologiche che le donne devono subire, nella maggior parte dei casi in silenzio, tra le quattro mura di casa o dell’ufficio. Agire solo sul linguaggio è una bieca forma di ipocrisia: significa semplicemente chiamare il problema in modo diverso. C’è qualcuno che davvero pensa che il maschilista, per il solo fatto che userà parole come “ministra” o “ingegnera”, cessi di essere maschilista?

Il linguaggio di genere e le “quote rosa” non sono che l’ennesima, subdola e viscida violenza psicologica perpetrata nei confronti della donna. Ciò che dovrebbe stupirci è il fatto che questa violenza oggi viene approvata e promossa da una parte consistente degli esseri umani di genere femminile.
Questa è una Donna che non ha mai avuto bisogno di quote rosa o del linguaggio di genere.

lunedì 11 maggio 2015

IL FANTASMA DI MORRISSEYVILLE


Leggo questo interessantissimo post del mio amico Steg, e la mente vola alla mia adolescenza, a quando m’innamorai perdutamente di ogni singola parola scritta da Oscar Wilde. (Piccola nota autobiografica: se dovessi citare di primo acchito gli artisti che, in qualche modo, hanno cambiato la mia vita, non avrei esitazioni a fare i nomi di Wilde, James Joyce e gli Smiths).

Non ho assistito al convegno cui il post fa riferimento, ma trovo più che condivisibili le osservazioni di Steg in merito all’improbabile lettura del personaggio Morrissey “come, quasi, l’erede di Oscar Wilde.” Ciò che soprattutto lascia perplessi è che la tesi provenga da un docente universitario. Se i cultural studies sono serviti a qualcosa, temo sia qualcosa di profondamente inadeguato alla comprensione di molti fenomeni pop.

Proverò quindi ad abbozzare alcune mie riflessioni, ripromettendomi di approfondirle ulteriormente in futuro, e confrontandomi anche con altri post su Moz tratti dal blog di Steg.

L’influenza di Wilde su Morrissey sarebbe palese anche senza le ammissioni di quest’ultimo; ma una cosa è l’influenza, ben altra cosa è invece “quell’unicum wildeiano che il professor Falzon vorrebbe tratteggiare." Pur ignorando i criteri grazie ai quali il professore è addivenuto a tale conclusione, o per meglio dire, potendoli desumere in parte unicamente da quanto riportato su http://steg-speakerscorner.blogspot.com/, temo si tratti comunque di una forzatura, poiché sarebbe alquanto triste dover ammettere che nelle nostre accademie la superficialità ha  preso il posto della riflessione estetica.

Morrissey non è l’erede di Wilde, né un dandy dei nostri tempi. Gli yellow nineties rimangono un periodo unico e irripetibile che aveva edificato la sua ragion d’essere proprio sull’unicità e sull’irripetibilità, e The Yellow Book fu una sorta di Bibbia (irriverente, scandalosa, cinica) della critica ai valori vittoriani dall’interno. Da un punto di vista squisitamente estetico, la posizione di Morrissey è antagonista - per quanto indubbio che si tratti di antagonismo colto e raffinato – e quindi direi all’opposto rispetto a quella di Wilde e dei dandies vittoriani. (Per inciso: Oscar Wilde non pubblicò mai nulla su The Yellow Book).

Tralasciando il ridicolo travisamento che da sempre si attua del concetto di dandy e la confusione totale (anche nelle nostre accademie) tra “dandysmo”, estetismo e decadentismo, l’evidenza dell’estraneità di Morrissey rispetto a queste tre “categorie” (o stili di vita) la si può facilmente desumere tanto dal suo aspetto, come già sottolineato da Steg, quanto dai suoi scritti. A parte qualche riferimento (gli “18 months hard-labour” di “I Started Something I Couldn’t Finish”, ad esempio – che in realtà per Wilde furono ventiquattro) e qualche timidissima citazione (la “flower-like life” di “Miserable Lie” tratta dal De Profundis), io credo che l’influenza wildeiana la si possa rintracciare principalmente nelle interviste e soprattutto in quelle  del bienno ‘83/’84, agli esordi degli Smiths. È qui – più che nelle sue opere – che Morrissey esprime al massimo un improbabile talento di brillante conversatore dall’elegante e fulmineo mot d’esprit. Bastasse questo a far di Morrissey l’erede di Wilde, si potrebbe tranquillamente dire lo stesso per migliaia di altri artisti. È pur vero, tuttavia, che l’atteggiamento dell’ex-cantante degli Smiths ricalca consapevolmente l’atteggiamento provocatorio dello scrittore irlandese, benché il merito dei contenuti sia profondamente diverso. Laddove Wilde usa la leggerezza per evidenziare e sgretolare un po’ alla volta l’ipocrisia vittoriana, Morrissey utilizza spesso la vanga per molestare il sistema thatcheriano prima e il “Sistema” in generale poi. “Il poeta che chiama vanga una vanga, dovrebbe essere costretto ad usarla,” recita uno degli insolitamente poco noti aforismi wildeiani, e non va dimenticato che Wilde fu eccelso prosatore e pessimo versificatore.

C’è poi la questione della vita come opera d’arte, lontana anni luce da Morrissey. A sentir parlare lui e quei pochi che gli stanno intorno, la sua è (o è stata) una vita di clausura e celibato. Lo stesso non si può certo dire per Oscar Wilde, figura di spicco nella mondanità dell’epoca e allergico tanto all’astinenza sessuale quanto alla stupidità umana (di entrambe si faceva beffe, ed entrambe lo condannarono). Di nuovo: c’è una profonda differenza tra “influenza” ed “eredità” o unicum; la prima, peraltro, si presta a infiniti giochi di specchi che si possono applicare a qualsivoglia tipo di confronto, anche il più assurdo, mentre la seconda – posto che esista, e sarebbe pure questo un tema degno di essere approfondito – è di una rarità pressoché assoluta. (Caro Steg, so che stai per dirmi che c’è una profonda differenza anche tra “eredità” e unicum: sappi che sono aperto alla discussione).

Mi pare di ravvisare in Wilde un approdo alla polemica sociale attraverso la critica estetica mentre in Morrissey leggo una critica sociale (e spesso di classe) piuttosto diretta che talvolta si trasforma in polemica estetica. Né potrebbe essere diversamente, se l’epoca in cui si vive e le condizioni sociali all’interno delle quali si nasce “contano”. Vive in entrambi, è vero, l’idealismo del martirio (benché anche qui vi siano differenze sostanziali), ma se nel primo è vissuto come vocazione (e predestinazione) dagli esiti nefasti, nel secondo è più un’aspirazione alla diversità a tutti i costi, che si manifesta con l’ambiguità sessuale (ad esempio, “This Charming Man”) o politica (“The National Front Disco” o, più ironicamente, “Bengali In Platforms”).

In sintesi, concordo con i sei punti che compongono il post MORRISSEY “THE WILDE ONE”? NONCREDO, che sono, a mio avviso, per nulla banali e forieri di ulteriori approfondimenti.



“Quando Narciso morì, lo stagno del suo piacere si trasformò in una polla di lacrime salse, e le Oreadi accorsero cantando attraverso i boschi per dargli conforto.

E quando videro che lo stagno si trasformato da una polla di acqua dolce in una polla di lacrime salse, sciolsero le verdi trecce e dissero: “Non ci stupisce che tu pianga per Narciso, perché era davvero bellissimo.”

“Ma Narciso era bello?” domandò lo stagno.

“Chi altri meglio di te potrebbe saperlo?” risposero sorprese le Oreadi. “Ci passava sempre davanti, mentre correva da te, perché era solo te che voleva, e sulle tue sponde Narciso giaceva e nello specchio delle tue acque, egli specchiava la propria bellezza.”

E lo stagno rispose: “Ma io amavo Narciso perché tutte le volte che lui giaceva sulle mie sponde, nello specchio dei suoi occhi vedevo specchiata la mia bellezza.”

(OSCAR WILDE, “Il Discepolo”)

[segue]